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Dal metallo alla moneta nell’Algeria punica
Le miniere
Il sistema territoriale
Le analisi archeometriche
Le zecche
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Il problema della localizzazione delle zecche di coniazione nei contesti archeologici punici non è di poco conto. La scarsa documentazione sulle possibili aree destinate agli ateliers monetali è di difficile interpretazione anche in ambito greco-ellenistico e romano-repubblicano dove non è affatto agevole l’individuazione delle officine destinate esclusivamente alla coniazione delle monete. Per l’epoca antica non sono state riconosciute aree o complessi sicuramente adibite all’intero ciclo produttivo delle monete dalla preparazione della lega alla battitura della moneta. Le fonderie, dove venivano preparati i tondelli, erano separate dal luogo di manifattura e quando le diverse fasi sono documentate insieme si ha la quasi certezza di essere in presenza di una officina di falsari. I ritrovamenti in contesti civici, templari e privati, inoltre, pongono il problema della distinzione e diversa localizzazione tra le zecche vere e proprie e i depositi dove erano conservati i lingotti per la preparazione dei tondelli, i tondelli, le matrici di conio e i conii, che, una volta distrutti dopo l’uso, venivano spesso occultati nelle stipi votive dei templi.

In ambito fenicio-il fondamentale ruolo politico, commerciale ed economico svolto dai templi di Melqart (condiviso da quelli di Astarte), nell’espansione e nell’organizzazione dei possedimenti fenici in Occidente. Ruolo che si va definendo in modo sempre più preciso in Nord-Africa, e soprattutto nella Penisola Iberica anche in relazione alla produzione pirometallurgica come nel caso del santuario di Melqart sull’isola di Saltés legato all’area mineraria di Huelva. Si constata, comunque, una differenziazione tra i grandi santuari, come quello di Cadice con funzione di collettore ultimo di una rete economica su larga scala e i luoghi di culto di dimensioni inferiori posti a presidio del territorio di provenienza della materia prima. Se poi esistesse un rapporto “fisico” tra luoghi di culto e zecche non è dato sapere, così come non siamo in grado di definire le eventuali strutture attribuibili alle officine metallurgiche o fusorie rinvenute nei siti punici, le quali comunque hanno costantemente una collocazione marginale rispetto ai centri abitati. Nelle aree cartaginesi, così come in quelle sarde e spagnole, non sono state rinvenute strutture murarie stabili e, in particolare, non sono stati trovati oggetti in metallo lavorati o semilavorati attribuibili a zecche. Non si hanno, quindi, elementi per ritenere che le officine messe in luce fossero in qualche modo utilizzate anche per la produzione di monete.

Cartagine, dal IV sec. a.C., diventa l’autorità emittente che gestisce e controlla la produzione monetaria dei territori punici attivando certamente una zecca metropolitana, utilizzando quelle già operanti nella Sicilia occidentale e creandone nuove nelle regioni non ancora toccate dal fenomeno. Le prime esperienze monetali fenicie in Occidente sono, infatti, attribuibili alle città siciliane di Solunto, Mozia, Panormo, che, dal V sec. a.C., si muovono nel contesto economico e culturale greco dominante in Sicilia, dove ogni città batte moneta in autonomia quasi assoluta e le emissioni prodotte rispecchiano il livello economico raggiunto dai singoli centri. In questi dovevano essere attive zecche autonome e stabili sottoposte al controllo amministrativo civico. Nel 410 a.C. Cartagine batte le prime monete in argento, con al dritto la parte anteriore di cavallo e al rovescio l’albero di palma e leggenda qrthdšt/mhnt destinate al pagamento dei mercenari impegnati in Sicilia. Per la loro battitura si è proposto l’utilizzo delle zecche di tradizione fenicia, anche se non si può escludere che Cartagine abbia provveduto in patria all’organizzazione di officine capaci di soddisfare le necessità finanziarie dell’esercito. La registrazione del termine mhnt “il campo” nel senso di “esercito”, ha fatto ritenere possibile anche l’impiego di maestranze itineranti associate alle truppe di stanza nell’isola. L’esistenza di zecche itineranti e la mobilità degli artigiani è un life motiv ricorrente nella letteratura numismatica punica e non solo.

Ancora, sembra interessante ricordare il legame tra la tecnica incisoria dei conii monetali e quella della glittica e dei gioielli, che evidenzia anche per il mondo punico quanto proposto per quello greco-romano e fenicio: gli incisori delle pietra dure erano gli stessi che preparavano i coni monetali. A tale proposito, risulta fondamentale il rinvenimento a Cartagine, in un'area interpretata come l' archivio di un tempio punico, di cretule datate al IV sec.a.C., con iconografie (quali la testa di Eracle-Melqart con leontè, il cavallo al galoppo, il leone passante) che trovano riscontro, come le cretule di Selinunte nelle monete puniche.

Infine, non possono mancare cenni alla documentazione epigrafica punica che non fornisce dati diretti sulla tecnica di coniazione di monete, ma documenta il mestiere del fonditore di metalli.

Dalla radice nsk “fondere” deriva il participio qal nōsek e il sostantivo msk (quest’ultima forma si trova sempre associata a hnhšt) attestati nelle stele e le iscrizioni funerarie dove si fa rifermento a fonditori di oro, di ferro e bronzo. Il testo più antico sul quale potrebbe essere documentato un fonditore è la patera d’argento proveniente da Pontecagnano (Salerno) della fine del VIII-inizi VII sec. a.C. L’iscrizione è stata interpretata come“che appartiene alla corporazione dei fonditori” ma anche come “blš’ figlio di hmlk”.

Scarse e riportabile, come le iscrizioni, ad un arco temporale tra il III e il II sec. a.C., anche le attestazioni iconografiche riferibili ai fonditori e fabbri: strumenti come tenaglie, martelli, mantici sono raffigurati solo su due stele del tofet di Cartagine.

Meglio documentate sono, infine, le cariche amministrative legate al controllo della produzione monetale.

Il più antico riferimento ad una possibile carica amministrativa connessa alla produzione monetale è quella di ršmlqrt “gli eletti, capi del tempio di Melqart”, funzionari del tempio probabilmente preposti al controllo della coniazione, presente sulle monete siciliane quadriga/testa femminile o di Eracle datate al 350-300 a.C.

Al 300-289 a.C. risale la leggenda mhšbm, presente sul rovescio dei tetradrammi siciliani Eracle-Melqart/ protome equina, riferita a funzionari di grado intermedio contabili o controllori finanziari. La menzione dei mhšbm sulle monete cartaginesi battute in Sicilia sembra potersi interpretare come l’esito della progressiva normalizzazione della presenza punica amministrativa nell’isola, che si esprime nella registrazione contabile dell’impegno finanziario. La carica compare anche nell’iscrizione pubblica del mercato di Cartagine, dove i mhšbm (esattori come i quaestores romani) sono dei funzionari pubblici in grado di multare i trasgressori.

Sulle monete neopuniche in bronzo di Leptis Magna con Liber Pater/ mazza entro corona della prima metà del I sec. a.C. compare il termine mpqd lpqy da intendersi nel senso di “tesoriere o responsabile della zecca di emissione di Leptis”.

Sulle monete di Sabratha Augusto / Eracle-Melqart del 27 a.C.- 14 d.C. è, infine, registrata la leggenda hmš’‛kbr “i cinque grandi” riferita probabilmente ad un collegio di cinque magistrati monetali da intendersi come traduzione del termine latino quinqueviri monetales. La carica probabilmente da mettersi in relazione al controllo finanziario eseguito da parte di funzionari locali, sulla serie di epoca di Augusto o di Tiberio. L’indicazione sulla serie dei funzionari straordinari preposti al controllo dell’emissione può, forse, porsi all’inizio della coniazione con una funzione di garanzia simile a quella ipotizzata per i mpqd di Leptis. Una volta superata la prima fase, le emissioni sono contrassegnate dalle iniziali dei due sufeti annuali, che fissano così anche una cronologia relativa interna alla serie stessa.



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